QVN nr 68 – Dicembre – Marzo 2014

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Editoriale QVN 68
CHIUSURA IN LETIZIA
Due notizie sepolte tra i resoconti di falchi e colombe e la conquista del Milan da parte di BB. Nella ricca Baviera e nell’altrettanto benestante cantone di Graubünden, in Svizzera, i cittadini con un referendum hanno detto un secco ‘no’ (con percentuali vicine al 60%) all’idea di ospitare le Olimpiadi invernali del 2022. Il sindaco di Monaco, tanto per non lasciar spazio ad equivoci, ci ha tenuto a ribadire che il ‘no’ non si deve ritenere alla sola edizione del 2022 ma a titolo definitivo. Per sempre.
Tutto questo fa sorridere (o piangere, a seconda dei punti di vista) se si pensa che Milano, la Lombardia e i governi che vi si sono succeduti da sempre hanno fatto del land bavarese e della vicina Svizzera i loro modelli di riferimento, le Shangri-La dietro l’angolo che un giorno – se avessimo fatto i bravi – ci avrebbero accolto a braccia aperte.
Ma che strano.
Là appena spunta la parolina ‘Olimpiadi’ si chiede alla gente – che spesso è più saggia dei politici, perché più di loro si confronta ogni giorno con i problemi veri – cosa ne pensa: e subito ha bocciato l’idea. Qui, nella ridente e funzionale Milano, nel cuore dell’altrettanto ridente e funzionale Lombardia, non solo ci si guarda bene dal chiedere il parere dei cittadini, ma non c’è amministrazione
– comune o regione non fa differenza, destra e sinistra pure – che alla magica parola con i cinque cerchi non frema d’orgoglio, non rivendichi diritti acquisiti (da chi? Perché?), non minacci il governo di turno di secessione e barricate se non appoggia la candidatura di Milano. Questa volta però c’è stato il cambio di passo (e come poteva non essere, abbattuto il muro del Celeste?): noi lasciamo a Roma le Olimpiadi di chissà quale secolo (come se fossero già assegnate), voi ci lasciate la ‘Cittadella dello sport’. Ohibò.
La Cittadella dello sport. “ Uno stadio, una piscina olimpica, un palazzetto dello sport e un velodromo, visto che il Vigorelli non è utilizzabile”. Parole e musica di Bobo Maroni, il governatore.
Dove? Sui terreni dei padiglioni dell’agroalimentare una volta concluso l’Expo. Sbaglio o questa è la città dove dal 1985 non si è riusciti a ricostruire il palazzo dello sport abbattuto dalla neve record del mondo?) O dove il Palalido è ancora Ground Zero? O dove San Siro non ha i bagni per la tribuna stampa? E perché non aggiungere un palasport per l’hockey in line, visto che è l’unico sport che da tre anni regala scudetti e coppe a Milano?
Beh, certo, adesso c’è aria nuova in città, il presidente-ingegnere del CONI Lombardo ha un avviato studio che progetta (anche) impianti sportivi e quindi non c’è dubbio che i tempi siano cambiati, che tutto non sarà più come prima e lui saprà dare i consigli giusti per far decollare stadio, piscina, palasport, velodromo e, già che ci siamo, perché no anche uno stadio per il tennis.
E così, tra una settimana passata a chiedere le Olimpiadi, un’altra a chiedere di farle fifty-fifty con Roma, un’altra a rinunciare e un’altra a barattarle con la Cittadella dello sport, i lombardi come il sottoscritto continuano ad impiegare ogni giorno quasi 2 ore per andare da Monza all’ufficio zona S.Siro (auto o mezzi pubblici non cambia), oppure ad aspettare 8’ tra una corsa e l’altra del metrò dopo le 9 del mattino (ma all’ATM pensano che dopo le 9 la gente non lavori più?), chiedendosi perché mai in tangenziale alle 8 del mattino o sul metrò verso le 10 non s’incontrino mai Maroni, Pisapia, Podestà e tutta l’allegra compagnia di giro. Perché non chiedere ai milioni di miei compagni di sventura milanesi cosa ne penseremmo di Olimpiadi e Cittadelle dello sport, così come hanno fatto in Baviera e in Svizzera?
E non siamo ancora ai giorni dell’Expo, quando sulle uniche due tangenziali milanesi, costruite quando circolavano 8mila auto al giorno e rimaste tali e quali oggi che ne circolano 8 mila all’ora, si riverseranno auto e pullman dei visitatori da ogni angolo del pianeta: vogliamo dire che forse c’è qualche priorità rispetto alla Cittadella dello sport, per giunta in una città che – vedi Milano Sport – in questo campo non ha mai dimostrato di capirci molto?
Le infinite code in tangenziale non ci hanno impedito di giungere puntuali all’appuntamento con Letizia Moratti, l’ex-sindaco di Milano, già ministro della Pubblica Istruzione e presidente della RAI che dopo mesi di silenzio seguiti alla sua uscita dalla politica ha deciso di raccontare in esclusiva per questo giornale cosa sta facendo, i suoi progetti, le sue speranze.
Un piccolo-grande scoop che ci riempie di legittima soddisfazione, alla fine di un anno che ci ha visto ospitare su queste stesse pagine anche Edward Luttwak. Se vogliamo, il nostro piccolo ‘scudetto’ dopo quelli dell’hockey Quanta e quelli del bilancio del Gruppo, a conferma della bontà del ‘pacchetto’, per usare una terminologia della F.1.
Ma soprattutto a conferma della credibilità di un brand – Quanta – per il quale si aprono anche porte che fino ad oggi erano rimaste chiuse, come quella di Letizia Moratti. Non poteva esserci viatico migliore per iniziare al meglio il 2014.
Auguri.
Dario Colomboqvn68_dicembre_marzo_2014-1[icon icon=’Icomoon/icomoon-file-pdf||size:24px’] Scarica allegato
CHIUSURA IN LETIZIA
Due notizie sepolte tra i resoconti di falchi e colombe e la conquista del Milan da parte di BB. Nella ricca Baviera e nell’altrettanto benestante cantone di Graubünden, in Svizzera, i cittadini con un referendum hanno detto un secco ‘no’ (con percentuali vicine al 60%) all’idea di ospitare le Olimpiadi invernali del 2022. Il sindaco di Monaco, tanto per non lasciar spazio ad equivoci, ci ha tenuto a ribadire che il ‘no’ non si deve ritenere alla sola edizione del 2022 ma a titolo definitivo. Per sempre.
Tutto questo fa sorridere (o piangere, a seconda dei punti di vista) se si pensa che Milano, la Lombardia e i governi che vi si sono succeduti da sempre hanno fatto del land bavarese e della vicina Svizzera i loro modelli di riferimento, le Shangri-La dietro l’angolo che un giorno – se avessimo fatto i bravi – ci avrebbero accolto a braccia aperte.
Ma che strano.
Là appena spunta la parolina ‘Olimpiadi’ si chiede alla gente – che spesso è più saggia dei politici, perché più di loro si confronta ogni giorno con i problemi veri – cosa ne pensa: e subito ha bocciato l’idea. Qui, nella ridente e funzionale Milano, nel cuore dell’altrettanto ridente e funzionale Lombardia, non solo ci si guarda bene dal chiedere il parere dei cittadini, ma non c’è amministrazione
– comune o regione non fa differenza, destra e sinistra pure – che alla magica parola con i cinque cerchi non frema d’orgoglio, non rivendichi diritti acquisiti (da chi? Perché?), non minacci il governo di turno di secessione e barricate se non appoggia la candidatura di Milano. Questa volta però c’è stato il cambio di passo (e come poteva non essere, abbattuto il muro del Celeste?): noi lasciamo a Roma le Olimpiadi di chissà quale secolo (come se fossero già assegnate), voi ci lasciate la ‘Cittadella dello sport’. Ohibò.
La Cittadella dello sport. “ Uno stadio, una piscina olimpica, un palazzetto dello sport e un velodromo, visto che il Vigorelli non è utilizzabile”. Parole e musica di Bobo Maroni, il governatore.
Dove? Sui terreni dei padiglioni dell’agroalimentare una volta concluso l’Expo. Sbaglio o questa è la città dove dal 1985 non si è riusciti a ricostruire il palazzo dello sport abbattuto dalla neve record del mondo?) O dove il Palalido è ancora Ground Zero? O dove San Siro non ha i bagni per la tribuna stampa? E perché non aggiungere un palasport per l’hockey in line, visto che è l’unico sport che da tre anni regala scudetti e coppe a Milano?
Beh, certo, adesso c’è aria nuova in città, il presidente-ingegnere del CONI Lombardo ha un avviato studio che progetta (anche) impianti sportivi e quindi non c’è dubbio che i tempi siano cambiati, che tutto non sarà più come prima e lui saprà dare i consigli giusti per far decollare stadio, piscina, palasport, velodromo e, già che ci siamo, perché no anche uno stadio per il tennis.
E così, tra una settimana passata a chiedere le Olimpiadi, un’altra a chiedere di farle fifty-fifty con Roma, un’altra a rinunciare e un’altra a barattarle con la Cittadella dello sport, i lombardi come il sottoscritto continuano ad impiegare ogni giorno quasi 2 ore per andare da Monza all’ufficio zona S.Siro (auto o mezzi pubblici non cambia), oppure ad aspettare 8’ tra una corsa e l’altra del metrò dopo le 9 del mattino (ma all’ATM pensano che dopo le 9 la gente non lavori più?), chiedendosi perché mai in tangenziale alle 8 del mattino o sul metrò verso le 10 non s’incontrino mai Maroni, Pisapia, Podestà e tutta l’allegra compagnia di giro. Perché non chiedere ai milioni di miei compagni di sventura milanesi cosa ne penseremmo di Olimpiadi e Cittadelle dello sport, così come hanno fatto in Baviera e in Svizzera?
E non siamo ancora ai giorni dell’Expo, quando sulle uniche due tangenziali milanesi, costruite quando circolavano 8mila auto al giorno e rimaste tali e quali oggi che ne circolano 8 mila all’ora, si riverseranno auto e pullman dei visitatori da ogni angolo del pianeta: vogliamo dire che forse c’è qualche priorità rispetto alla Cittadella dello sport, per giunta in una città che – vedi Milano Sport – in questo campo non ha mai dimostrato di capirci molto?
Le infinite code in tangenziale non ci hanno impedito di giungere puntuali all’appuntamento con Letizia Moratti, l’ex-sindaco di Milano, già ministro della Pubblica Istruzione e presidente della RAI che dopo mesi di silenzio seguiti alla sua uscita dalla politica ha deciso di raccontare in esclusiva per questo giornale cosa sta facendo, i suoi progetti, le sue speranze.
Un piccolo-grande scoop che ci riempie di legittima soddisfazione, alla fine di un anno che ci ha visto ospitare su queste stesse pagine anche Edward Luttwak. Se vogliamo, il nostro piccolo ‘scudetto’ dopo quelli dell’hockey Quanta e quelli del bilancio del Gruppo, a conferma della bontà del ‘pacchetto’, per usare una terminologia della F.1.
Ma soprattutto a conferma della credibilità di un brand – Quanta – per il quale si aprono anche porte che fino ad oggi erano rimaste chiuse, come quella di Letizia Moratti. Non poteva esserci viatico migliore per iniziare al meglio il 2014.
Auguri.
Dario Colombo