Il muretto di pietra di fronte alla piscina era più basso di quanto ricordassero.
O forse erano solo i loro occhi, ancora capaci di cercarsi come allora, a ingannarli.
Felice arrivò per primo, sistemando con un gesto nervoso il bordo dell’abito da cerimonia. Sessant’anni prima, in quel punto esatto, aveva promesso ad Annamaria — una ragazza dagli occhi color giada — che non l’avrebbe mai lasciata.
La vita, tra ambizioni, un lavoro complesso, figli e nipoti, aveva scelto di essere coerente con quella promessa.
Quando Felice e Annamaria tornarono al Quanta Club — che per loro sarebbe sempre rimasto il CRAL Montecatini — il tempo sembrò piegarsi su sé stesso.
Lei non portava più la treccia scura del giorno del matrimonio, ma un taglio corto che rifletteva la luce di un pomeriggio invernale. Si fermò a pochi metri, osservando il luogo del loro inizio con una curiosità antica.
«Siamo tornati dove tutto è cominciato, Felice», disse lei, con quella stessa nota di sfida nella voce che lo aveva fatto innamorare a vent’anni.
«Sembra che il tempo si sia fermato… per sessant’anni», rispose lui, lasciando che un sorriso incerto sciogliesse l’emozione.

Ad accoglierli c’erano Monica Lagomanzini e Benedetta, laureanda in architettura al PoliDesign e autrice di questo incontro così delicato. Felice e Annamaria avevano più o meno la stessa età di Benedetta quando, nel 1968, si sposarono nella chiesa di Dergano e poi festeggiarono proprio qui, al CRAL Montecatini.
Un passaggio di consegne silenzioso, tra generazioni diverse: l’essenza stessa della vita che avanza.
Seduti tutti e quattro, Felice e Annamaria vicini, con le mani che si sfioravano con la stessa timidezza di allora, non si parlò subito di architettura o del design degli anni del boom economico.
Si parlò invece dell’odore di resina che riempiva l’aria l’11 maggio 1968, e di come, nonostante tutto, quel luogo fosse rimasto lì. In attesa.
«Siamo felici della nostra vita, Felice. Magari non siamo più attivi come sessant’anni fa, ma con i nipoti e le loro attività sportive ci godiamo questo percorso», sussurrò Annamaria durante la chiacchierata.
«Sono d’accordo», rispose lui. «Siamo esattamente dove abbiamo iniziato. E anche se il tempo non si è fermato, questo luogo — oggi Quanta Club — è bello come allora».
Rimasero lì ancora un po’.
Due ottantenni che avevano ritrovato il loro luogo del cuore, una giovane architetta che raccoglieva memorie, e un Club che, ieri come oggi, continua a custodire storie.
In attesa di raccontarne di nuove, magari nel 2080.



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